Brigate rosse: a distanza di anni parla uno dei fondatori del nucleo terrorista di Borgomanero.

Brigate rosse: Alfredo Buonavita parla degli anni di piombo

Il borgomanerese Alfredo Buonavita fu arrestato come capo storico delle Brigate rosse accusato per il sequestro del dirigente della Fiat, Ettore Amerio, del sindacalista della Cisnal, Bruno Labate e quello del giudice Mario Sossi a Genova. Nato ad Avellino, si trasferì con la famiglia sull’Agogna nel 1964. “Arrivo da una famiglia di contadini poverissimi – racconta – anche mio padre era un comunista, avevamo la lotta nel sangue”. Ed è proprio nel cortile di casa che incontra Antonio Savino, altro elemento di spicco delle BR, anche lui operaio e figlio di migranti. Buonavita, giovanissimo, aderisce al PCI e alla CGIL locali.

Tra il 1967 e 1968 gli anni più caldi

Il clima politico era sempre più incandescente e le posizioni si radicalizzarono. “La situazione si faceva sempre più calda – racconta Buonavita – erano gli anni del mito di Guevara: nel mondo le lotte dei movimenti di liberazione vincevano contro i colonialisti. Noi comunisti, ormai uniti agli studenti e con l’appoggio degli ex partigiani, eravamo convinti di poter essere autori di un cambiamento anche in zona”. A innescare tutto furono poi gli scioperi in Torcitura, dove Buonavita iniziò presto a lavorare. “Il paternalismo lì dominava incontrastato – prosegue – avevano appena aperto un nuovo reparto, lavoravamo su tre turni ed eravamo per la maggior parte immigrati, aspiravamo a migliorare la nostra condizione ma il sindacalismo era fermo a qualche sciopero seguito da licenziamenti di rappresaglia negli anni ’50. I rapporti con gli operai erano di sottomissione: i reparti erano vecchi, sporchi e bui – racconta Buonavita – in tintoria le operaie erano costrette ai turni notturni in condizioni di lavoro massacranti e pericolose”. Si arrivò così all’occupazione della Torcitura nel 1968.

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Dalle lotte operaie alla lotta armata

Dopo l’occupazione delle fabbriche e le lotte sindacali le cose peggiorarono. Fu la strage di piazza Fontana a rappresentare il vero spartiacque. “La parte “nera” dello Stato aveva iniziato la sua guerra – dice Buonavita – da lì capimmo che la lotta operaia doveva uscire dalle fabbriche. Iniziammo ad armarci. Nel 1971 Buonavita, dopo aver stabilito contatti con alcuni dei futuri dirigenti BR,  lascia Borgomanero che insieme ad Omegna ed Arona va a comporre un «triangolo del terrorismo» ospitando anche le note vicende relative a Frate Mitra.